Due giornaliste, con alle spalle 20 anni di ricerche biografiche, hanno deciso di concentrarsi sul variegato mondo femminile, così poco studiato fino a non molto tempo fa e che la storia ha spesso relegato nel dimenticatoio...

domenica 8 giugno 2014

Lina PIETRAVALLE

di Rita Frattolillo

(Fasano di Brindisi, 11.4. 1887 – Napoli, 19.4.1956), scrittrice  


Figlia di due cugini, Michele e Maria, Lina Pietravalle  nasce a Fasano di Brindisi, dove il padre aveva avuto una condotta medica.
 La bambina, che è la primogenita, cresce con le sorelline Esther, Letizia, Livia, Maria Carolina (detta Carla) e il fratellino Paolo in un ambiente della colta e ricca borghesia molisana. La famiglia, nel 1894, si trasferisce a Pinerolo, e poi a Torino.
Qui,  Lina entra nel Collegio “Villa Regina”,  dove, indole ribelle, si sente “deportata”, come scriverà in seguito. Fatica ad adattarsi all’ambiente austero e bigotto del collegio, dove, tra l’altro, odia mangiare la  polenta, che  diventa presto  un incubo perché gliela presentano a tavola in tutti i modi: affogata nella “bagna di pomodoro” il lunedì, dorata e fritta il venerdì, e poi il sabato, con burro e latte.
Inutile protestare, perché, per punizione, la maestra, anziché la polenta, le toglie la frutta e le mette due in condotta.
«Avevo otto anni; ero sola, triste, tradita. I miei poveri genitori, persuasi d’avermi fatto un regalo, mi tenevano lì a diventare una signorina del gran mondo, secondo loro, dimenticando che il mondo a quell’età ha il giro della tepida gonnella materna. Di più ci separavano tre quarti dello stivale d’Italia» ( La polenta, in Marcia nuziale).

 A “Villa Regina”, tuttavia, rimane per continuare gli studi anche dopo il trasferimento dei suoi a Caserta.
Lina nel periodo del collegio torinese
Lina sente di rivivere quando ritorna nella sua terra, dove i Pietravalle sono stimati e rispettati: il padre e il nonno Paolo sono medici; non mancano proprietà in paese e lungo il fiume Trigno, nelle campagne salcitane, come fanno fede i toponimi vallone e morgia dei Pietravalle.
Verso il centro dell’abitato, c’è il palazzetto intonacato di rosa antico, rifinito in pietra lavorata, e, tra Salcito e Bagnoli del Trigno, il casino di campagna detto “La cipressina”, dove il padre Michele rifulge di vita e operosità.
Lì passa  con la famiglia un’infanzia magica, e il linguaggio ardito, impastato di termini dotti e dialettismi, delle sue  creazioni letterarie fisserà sulla pagina le immagini e le emozioni delle sue estati molisane, di ritorno dal collegio torinese.
La strada del ritorno era «bellissima, lenta come il ritmo del tempo di allora, strada calma e patriarcale che rispettava ogni lembo di terra e ogni diritto di pastura» (Il fatterello, nella raccolta omonima).
 La diligenza, poi, «crepitava come un tizzo sulla strada assolata e il gaio Salcito era ancora lontano, tra le sue rupi di selce argentea ed il fiume antico irto di ginestre e querulo di bei ranocchi felici» (idem).
Sarà proprio quel casino di campagna, “La cipressina” ad essere scelto come topos dell’epilogo del suo romanzo Le catene.
Il casotto "La cipressina"
 A Salcito, dentro casa, dai soffitti a volta in carta dipinta, quando rientrava dalle sue scorribande per il paese, Lina si incantava davanti al pesante pianoforte a coda che troneggiava di fronte ai finestroni, e si incuriosiva davanti allo sportello semiaperto dello stipo con l’altare domestico e l’immagine dell’Addolorata con il seno trafitto dalla spada d’argento.
La ragazza torna in famiglia quando il padre diventa direttore sanitario degli Ospedali riuniti di Napoli, città in cui completa gli studi presso l’Istituto “Suor Orsola Benincasa”.
A vent’anni conosce un giornalista affermato, Pasquale Nonno, e lo sposa.
 Una foto  ritrae la giovane coppia sullo sfondo del Pincio, a Roma: lei appena atteggiata ad un vago sorriso, blusa e borsetta candide, cappellino piumato; lui, piccolo di statura, baffetti e carnagione scura, sguardo vispo dietro agli occhiali da intellettuale, paglietta chiara.
Questo periodo della sua vita, in cui, anche per le ristrettezze economiche Lina vive con i suoceri a Chiauci, un borgo di pastori della provincia isernina alla foce del fiume Trigno, è rievocato con abilità plastica nei racconti di Marcia nuziale, che è l’ultima raccolta di frammenti autobiografici. Protagonista di quelle pagine, il mondo primitivo e passionale del borgo, in cui si stagliano forti le personalità del suocero, una specie di capo tribù (era sindaco, notaio, consigliere provinciale), e della suocera Elvira Cirese, che di Lina diceva ammirata: “Essa mi par dipinta da San Luca!
A Chiauci, dove la sposa viene accolta da “una schiera di fanciullette vestite di mussola bianca” che intonano il Cantico dei Cantici,  nasce l’amato e unico figlio della coppia, Lionello, e lì la giovane scrive lunghissime lettere al marito, che lavora a Roma. La sera, poi, le piace in maniera particolare, perché «scendeva affocata e solitaria tra le montagne d’oro e tutte le caserelle del paese umili e prosaiche avevano sui tetti le monetine oscillanti del sole morente» (Mia suocera, in Marcia nuziale).
La lontananza dal marito, però, a poco a poco incrina il rapporto coniugale, finché si arriva alla separazione definitiva.
Lina, allora, si trasferisce anche lei a Roma con il figlio, allontanandosi, almeno fisicamente, da quel Molise pietroso e rude che racconterà con prepotente vena narrativa, andando incontro ad una parabola esistenziale segnata da gravi sventure.
 Aveva annotato con cura una frase che amava ripetere sua suocera: «La vita buona, credetemi, è un’affacciata di finestra» (Mia suocera, in Marcia nuziale)  e quelle parole le ritornarono alla mente sempre più spesso, quando alle soddisfazioni dovute alla sua affermazione nel mondo culturale si intrecciarono troppe sventure familiari.
A Roma, Lina spera in una riappacificazione con il marito, che invece muore tre anni dopo la rottura.
 La scrittrice, che già a otto anni aveva rivelato una fresca vena narrativa, malgrado le sgrammaticature, manifestando in nuce il suo talento, vede arrivato il tempo di mettere a frutto il suo estro, e comincia a collaborare a quotidiani e periodici. Scrive delle novelle dove affiora prepotente il ricordo degli anni felici dell’infanzia e del suo matrimonio giovanile. Potente fonte di ispirazione, un Molise arcaico e incontaminato, percorso da forti sentimenti e passioni travolgenti. Una terra popolata da una umanità istintiva, sensuale e dolente, immersa in un clima senza storia e denso di fatalità. Tra quelle pietre, in quei paesaggi selvaggi coesistono senza risentimenti braccianti e galantuomini, contadini e padroni, spesso accomunati da un medesimo destino.
Nel 1923 riceve il premio Bemporad per la novella Custoda, che aveva segnato il suo esordio al “Mattino”,  ma la gioia per il riconoscimento ottenuto è offuscata da una nuova, grave perdita, dopo quella della madre avvenuta nel 1920.
 Il 28 giugno, il padre, esponente politico di primo piano,  viene assassinato vicino al portone di casa a Napoli.
Michele Pietravalle, medico in prima linea nel difendere gli interessi civili ed economici del Molise e del Meridione, deputato radicale e vicepresidente della camera dei deputati dal 1919 alla scomparsa, si stava ritirando a casa, in via Cisterna dell’Olio, quando fu mortalmente ferito.
Dopo i solenni funerali di Stato avvenuti a Napoli, e la sentita cerimonia seguita con grande partecipazione dai salcitani (che nel 1938 hanno eretto un busto bronzeo nella piazza a lui intitolata), a Lina tocca il triste compito della tumulazione del padre  nella tomba di famiglia dove anche lei riposa dal 1956.
 Prostrata e sola, continua la sua attività letteraria, e l’anno seguente pubblica presso Mondadori la prima raccolta di novelle, I racconti della terra, dedicata al padre. L’uscita di questa raccolta è salutata da un grande successo. Definite audaci e moderne, le novelle erano nuove non solo per i temi, ma soprattutto per il modo di trattarli. Fece scalpore, poi, che i personaggi femminili vivessero le proprie passioni con una assenza di moralismo  assolutamente osé  per la mentalità chiusa di allora. Inoltre le emozioni e le sensazioni descritte erano rese “visibili” grazie ad una lingua pastosa, calda, carica di corporeità, strettamente aderente alla materia narrativa, antropologica. Una scrittura emanata dall’acuta sensibilità della narratrice, che sembra respirare all’unisono con le sue radici, tanto da essere considerata, come ha scritto Nicoletta Pietravalle, «una sensitiva “incatenata” alla sua terra».
 Nel 1925 sposa l’architetto Giorgio Bacchelli, fratello dello scrittore Riccardo, e la sua casa diventa meta dell’élite culturale della capitale. Dopo questo matrimonio, Lina attraversa un periodo di felice creatività e di riconoscimenti.  A critici e scrittori non sono  sfuggiti lo spessore e la forza del suo linguaggio; su “La Fiera letteraria” (14-11-1926) compare il lusinghiero commento firmato da Riccardo Bacchelli , e un anno dopo, il 21 novembre 1927, su il “Secolo” di Milano, Emilio Cecchi scrive: «Le sue notazioni più vivaci, se hanno nel tratto una selvatica veemenza, poi, quanto alla qualità della materia sensitiva e della scrittura, si è detto che sono estremamente scaltre ed affinate».
Intanto si vive un momento di svolta nel mondo letterario, poiché si stringe il legame tra letteratura e giornalismo, fenomeno quanto mai evidente in riviste come “Solaria”. E Lina non solo è presente su “Il Tempo”, il “Messaggero”, il “Mattino”, il “Roma”, ma dà alle stampe altre sue novelle: Il fatterello (1928), Storie di paese (1930).

Le novelle, autentico laboratorio di formazione, sfociano in un romanzo, in gran parte autobiografico - e rimasto unico - pubblicato lo stesso1930, con il titolo Le catene. Curzio Malaparte, direttore de “La Stampa”, in una lettera del 22-7-1930 si dichiara «suo amico, suo ammiratore e suo alleato». Tuttavia l’accoglienza  al romanzo fu contrastante.
Nei Quaderni del carcere Antonio Gramsci, riprendendo la recensione di Giulio Marzot (il quale considerava negativa nella scrittrice la coscienza del distacco dai contadini) afferma che gli scrittori italiani, già molto tempo prima dello sviluppo del naturalismo o realismo provinciale, vedevano il mondo contadino come «natura estrinseca» a loro stessi, e che questo distacco si manifestava con una benevola e leggera ironia.
Sulla “Nuova Antologia”(1931)si legge : «…ma alla fine le si perdona volentieri la sua sintassi da terremotata per merito di quel suo piglio franco e di quel linguaggio immaginoso…
Ma è vero o non è vero questo Molise fattucchiero, tarasconesco e attaccabrighe della Pietravalle? Aspetto di andarci».
 Molise con cui il legame non si è mai allentato malgrado le vicende l’abbiano allontanata da quei luoghi dell’anima, se lei continua a raccontarlo, in tutto il periodo tra le due guerre, con una voce dal di dentro struggente e ironica assecondata  da una penna feconda e sontuosa.
 Impegnata a diffondere l’immagine della sua terra oltre regione,  scrive il saggio Molise (collana Visioni spirituali d’Italia, diretta da Jolanda De Blasi),  frutto di una conferenza tenuta al Lyceum di Firenze il 25.2. 1931.
Il 1932 è un anno particolarmente fortunato, perché viene assegnato alla scrittrice l’ambito Premio Viareggio, a proposito del quale Adriano Tilgher asserisce:
«Il Molise è la provincia ch’ella ha annesso alla letteratura italiana, come Grazia Deledda ha annesso la Sardegna e Matilde Serao Napoli. Ma la originalità della Pietravalle è di avere versato un vino del tutto nuovo nel vecchio otre della novella regionale e paesana italiana».
 Se in quegli anni si andavano affermando scrittori “provinciali” come F. Jovine e A. Moravia,  a cui lei è stata talvolta accostata, Lina, in verità, ha fatto ben più che annettere il Molise alla letteratura italiana, poiché non ha perso occasione per affermare l’identità molisana, mettendo in luce il “Sannio Mistico”, e impegnandosi in prima persona in diverse questioni, come quella  a favore dell’autonomia dall’Abruzzo.
Tra i molteplici interessi della Pietravalle, va ricordato quello per la scuola.
 Infatti nel 1927 l’editore Giuseppe Maffei di Caserta pubblica un’antologia di diciassette letture per le scuole elementari dal titolo Pagine Chiare, in cui la firma  di Lina  appare insieme a quelle dei maggiori scrittori del tempo, come Edmondo De Amicis. Dal 1930, inoltre,  arricchisce la sua attività con la realizzazione di “fumetti” regolarmente pubblicati su giornali come “Il Roma della domenica” o il “Supplemento a Topolino”, ha sottolineato il poeta-editore Gian Mario Fazzini.
Lina è ormai famosa, e un altro molisano, suo parente di  parte materna, Arnaldo De Lisio (1869-1949),  valente e affermato pittore a Napoli, dove, in via Caracciolo (a palazzo Minozzi), ha uno studio frequentato dai più bei nomi della società partenopea, le dedica diverse opere, tra cui un grande olio che la raffigura nella sua sfolgorante bellezza.
Quadro di Arnaldo De Lisio firmato "tuo zio"
Nel 1941, da un suo soggetto cinematografico,  Immacolata, il regista Goffredo Alessandrini, compagno di Anna Magnani, ricava il film (distribuito dalla Titanus) Nozze di sangue, storia di un matrimonio tra emigrati nell’America del Sud.
Ma altre bufere si stanno addensando sul suo capo. Il secondo marito, Giorgio Bacchelli, capitano dell’Armir, cade in Russia nel 1942, in piena guerra. Trepidante, lei aveva atteso il suo ritorno, sperando che fosse fortunato come suo fratello Paolo, che subito dopo la laurea in ingegneria era partito per il fronte, durante la grande guerra,  scampando alla morte. Anzi Paolo aveva dimostrato tanto coraggio da guadagnarsi la croce al merito, e,  nel 1921, era stato incaricato di una missione molto delicata: la restituzione del materiale trafugato dai tedeschi durante la guerra.
 In quei giorni di speranza, Lina aveva rivissuto l’angoscia di tutta la famiglia per il ritorno di Paolo, che era l’ultimo della nidiata di casa Pietravalle.
Purtroppo, Giorgio non tornò mai a casa, era  morto nella gelida steppa russa.
Ma poco dopo, a Lina non venne risparmiato neanche lo strazio dell’uccisione (1944) dell’amatissimo e unico figlio Lionello, avvenuta durante la guerra civile nel nord Italia.
L’avverso destino toccato ai suoi affetti rallenta l’attività della scrittrice, che, definitivamente segnata dal dolore, da quel momento continua solo la sua collaborazione con riviste e periodici fino al dicembre del ‘52.
Il suo cuore, ormai, somiglia al palazzo abbandonato della suocera Elvira; di esso aveva annotato, con lucida amarezza, nel 1932: «Cresceva l’erba intorno al portico, ma il portone aveva colonne doriche; un basamento di pietra grigia col tempo e l’acqua aveva preso un riflesso di ruggine e fiamma che pareva corresse nelle spine della pietra come uno spirito corrucciato. E tutto il palazzo aveva l’aria del corruccio e quella antica tristezza piena di melodia, che nasce dai tradimenti del tempo» (Mia suocera, in Marcia nuziale).

Lina muore a Napoli il 19 aprile 1956 in casa della sorella Esther, quasi completamente dimenticata da quel mondo che ne aveva salutato l’originalità dell’ispirazione e la magia linguistica delle  opere.
Le sue spoglie riposano nella cappella del cimitero di Salcito. Sulla sua tomba sono incise queste parole che riassumono la sua sofferta vicenda umana:
«Lina Pietravalle/ dal cui dolore umano/ sgorgarono le favole le gemme/ di fervida scrittrice molisana/ qui accanto agli avi/trova la pace che non ebbe in vita. Nacque l’11 aprile 1887 a Fasano di Puglia da Michele Pietravalle e da sua cugina Maria Pietravalle. Morì il 19 aprile 1956, a Napoli, ritiratasi presso una sua sorella in solitudine».

Nel 1981 Giorgio Petrocchi (“Il Tempo” del 13 aprile), affrontando la questione della “contaminazione” di Verga e D’Annunzio ravvisata da alcuni critici nella scrittura della Pietravalle, analizza la struttura narrativa elaborata dalla scrittrice e afferma:
«E’ chiaro che la Pietravalle ha letto i veristi, guai se ciò non fosse avvenuto […], così come ha letto la Deledda […]. Ma è altrettanto evidente che la Pietravalle si è proposto in maniera autonoma il problema della costruzione del romanzo, giocando con abilità sull’alternanza tra racconto oggettivo e narrazione in prima persona. Tale alternanza, assai diffusa nel romanzo decadente, è piuttosto rara in quello realistico;[…]. Il romanzo è evidentemente autobiografico, o almeno l’autobiografismo è una delle sue componenti maggiori, […], e indubbiamente la più scattante, schietta, efficace, accanto all’indubbia capacità di descrizione del paesaggio. Inoltre è da segnalare la presenza di una sorta d’incastro tra una costante appoggiatura demotica, affidata a fitti dialettismi di conversazione, e un discorso solenne, arcaico, di alto lignaggio, di cui la Pietravalle è consapevole utilizzatrice».

I suoi maggiori lavori sono stati ristampati anastaticamente in occasione del centenario della sua nascita e presentati a Roma, nel Campidoglio, nel corso di una solenne cerimonia, e poi, ancora a Roma e a Campobasso, per il cinquantenario della sua morte.
©2014 Rita Frattolillo – Tutti i diritti riservati

Bibliografia
BERTOLINI Barbara, FRATTOLILLO Rita, Molisani Milleuno profili e biografie, Enne, 1998.
FAZZINI Gian Mario, Una breve nota bio-bibliografica, in I racconti della terra di Lyna Pietravalle, nuova edizione a cura della libreria ed. Filopoli di G.M. Fazzini, 2006.
FRATTOLILLO Rita, BERTOLINI Barbara, Il tempo sospeso- Donne nella storia del Molise, Filopoli 2007.
GRAMSCI Antonio, Quaderni del carcere, Einaudi 1975.
IACOBUCCI Gabriella, Incontri con Lina Pietravalle, Nat3, 2014.
PETROCCHI Giorgio, “Il Tempo”, 13 aprile 1981.
PIETRAVALLE Lina, Il Molise, a cura di Renato Lalli, Nat3, 2014.
PIETRAVALLE Lina, Il fatterello,  Mondadori, 1928.
PIETRAVALLE Lina, Le catene, Mondadori, 1930.
PIETRAVALLE Lina, Marcia nuziale, Bompiani, 1932.
PIETRAVALLE Nicoletta, Molise Perduto - venticinque anni di giornalismo culturale, De Luca, Roma, 1998.
PIETRVALLE Paolo, Michele Pietravalle. La vita, Le lettere, 1926.
TILGHER Adriano, “Roma”, 20.8.1931.
Internet:
Estratto di Marcia Nuziale, l’arrivo di una giovane sposa nel paese dei suoceri.

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